Photo from HBR — Harvard Business Review — Firefly Productions/Getty Images

Energy crowdfunding e capitalismo.

Il contributo della crowd-economy nella transizione dallo shareholders allo stakeholders capitalism.

In un mondo dove le quick-win proposte come esperienza continua dal digital sembrano esaurire la propria capacità di spinta alla consapevolezza delle proprie scelte, ed al progresso, la crowd-economy, in particolare quella green, ha la grande possibilità e l’irrimandabile responsabilità di chiudere il cerchio tra persone, opportunità, capitali, e pianeta.

Uno strumento di superamento del “vecchio mondo”, in cui deteriorate forme di capitalismo e socialismo confliggono, che deve proiettarci verso nuova visione circolare dell’economia e della società, in cui le persone, il loro consenso, le loro scelte, i loro capitali contino prima di essere “consumo”.

In questa fase le aziende hanno la possibilità di mettere in gioco la propria reputazione, dimostrando di essere autentiche, accessibili e reciprocamente responsabili (authentic, accessible, accountable).

Le persone lo chiedono: chiedono di sentirsi riconoscere un ruolo, come consumatori, certo, ma soprattutto come esseri che possano esprimere una loro volontà ancor prima che sia “volontà di volontà” — modo in cui Heiddeger definiva l’agire nel mercato -.

Ener2Crowd e la crowdeconomy.

Partiamo dunque dedicando due minuti a cosa è Ener2Crowd e cosa fa, da un punto di vista prettamente funzionale.

Ener2Crowd è una piattaforma di lending crowdfunding, dunque uno strumento attraverso cui un soggetto cerca di finanziare una propria iniziativa proponendola ad un’ampia platea di investitori.

Le piattaforme sono in effetti dei “market place”, dei luoghi che gestiscono l’incontro tra questa offerta e la relativa domanda, opportunamente stimolata da quella che dovrebbe essere la “mano invisibile” di Adam Smith, ma che tanto invisibile poi non è visto che, volendo escludere la pianificazione di mercato, comunque esiste il marketing.

Il mondo della crowd economy è fatto da tante “promesse”. La nostra, in netto contrasto con quelle della maggior parte degli altri (immobiliari, monete elettroniche, p2p ad alto rischio) è quella di fare in modo che i soldi delle persone possano contare per la costruzione di un futuro sostenibile.

Mi piace dire che è come combattere il climate change con la stessa “spada” che lo ha generato, ovvero i soldi, ma con la differenza di affidarci ad un processo trasparente, partecipativo che punta ad una maggiore consapevolezza degli strumenti a disposizione per raggiungere quei risultati di cui tanto si parla, e soprattutto per dare concretezza a due aspetti:

· il primo collegato alla dichiarazione di tutti i “grandi” della terra sul come compiere la transizione energetica e sostenibile: “la partecipazione di ogni singolo cittadino”;

· il secondo per dare concretezza ai benefici che ciascuno di noi può trarre dalla transizione sostenibile nel breve termine, misurando economicamente ed emotivamente gli effetti che può produrre una scelta fatta oggi per mitigare le preoccupazioni che ottenebrano il nostro futuro.

La nostra, assieme a quelle delle aziende che già hanno scelto di condividere con il crowdfunding il bello del percorso verso un futuro sostenibile, è una “P challenge”, digitale certo ma che ha lo scopo di chiudere il cerchio economico e sociale che vede assieme “people, purpose, profits, planet, participation, platform, progress, prosperity” (persone, proposte, profitti, pianeta, partecipazione, piattaforma, progresso, prosperità).

Azioni coordinate tra soggetti che puntano consapevolmente alla costruzione di una maggiore prosperità collettiva, in un dinamismo che traccia una spirale in grado di diffondere centrifugamente i benefici: una sfera che si espande come in un grande abbraccio inclusivo.

Ed è questo il significato di un business sostenibile.

Un’iniziativa, un pensiero operativo sostenibile è quello che attraverso una strategia produce impatti positivi, non delimitati solamente ai principi di profitto che l’azienda deve perseguire, ma estesi alla collettività, agli altri modelli di business, i quali a loro volta producono una spinta ad evolverlo nuovamente perché la scossa che si è data al sistema ha aperto nuovi orizzonti di pensiero.

Un pensiero che genera un’azione che genera un nuovo pensiero. Un ciclo infinito, come infinita è la possibilità in natura di compiere e ripetere un gesto che è sostenibile in sé e per il sistema coinvolto nell’azione.

Una lezione fondamentale oggi che le aziende si trovano difronte alle necessità di provare di saper passare dalla vecchia forma di Shareholders’ capitalism (risultato di conflittualità tra la degenerazione di forme economiche capitalistiche e socialiste), perpertrato dalla scuola di pensiero di “Friedman” (secondo cui la responsabilità sociale del capitalismo è produrre profitti, senza pronunciarsi sulle dinamiche di esclusività ed auto-arricchimento che spesso hanno vissuto sulla base di esternalità), alla nuova dello “stakeholders capitalism”, in cui l’obiettivo è dimostrare di saper produrre valore per tutti quelli i cui interessi possono essere influenzati dagli obiettivi dell’operatore di mercato, se non addirittura di integrare i loro interessi nei propri obiettivi.

Questo è un passaggio su cui le aziende che non sapranno dimostrare di agire secondo i principi dell’autenticità (trasparenza, sincerità e consistenza), accontabilità (responsabilità reciproca), accessibilità (partecipazione e condivisione), perderanno la lotta per la sopravvivenza nei mercati, che come ci dimostrano anche i principi darwiniani, non è vinta dai più forte o dai più adattabili, ma dai più consapevoli dei limiti della prima e delle capacità della seconda.

E dato che il futuro dell’economia è una corsa alla sostenibilità ambientale, non foss’altro perché è l’unico modo per salvare noi stessi (oltre che il pianeta) dalla più grande (in)consapevole estinzione di massa (di cui buona parte già avviata a scapito dei più deboli e di molte specie animali), alle aziende chiedo di pensare all’altra responsabilità, quella di usare con consapevolezza il digital, ovvero non per proporre l’ennesima ed effimera “quick-win” di mercato, perché non è con le “quick-win” che si producono le prossime “quick-win”, né tantomeno il progresso.

Usate ed usiamo il digital per costruire dei percorsi che guardino alle persone non solo come consumatori, non solo al loro valore rispetto a quanto possono comprare del nostro prodotto o servizio, ma anche come possibili sostenitori e fautori di quel cambiamento responsabile e consapevole che è la transizione energetica.

Chi lo ha “saputo conoscere”, chi ha fatto questa scorta di sapienza, oggi sa e riferisce al suo mondo di aver fatto una scelta differente che ha cambiato qualcosa anche nelle loro coscienze.

Sanno di essere diventati persone differenti grazie ai loro capitali, certo, ma grazie anche a chi gli ha dato la possibilità di impiegarli per costruire un futuro migliore e prospero per il loro portafogli, per la società in cui vivono, per le generazioni a seguire e per il pianeta. L’unico che abbiamo.

Per saperne di più su Ener2Crowd e la nostra missione potete:

I started from engineering, I went through marketing, and I landed into philosophy. Lateral and critical thinking is my obsession, human unconscious my mission.

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